Caro diario

10 febbraio 1996

Caro diario, oggi è il primo giorno che scrivo sulle tue pagine ed ho intenzione di cominciare dicendoti che…

bmdI miei genitori sapevano che mi piaceva scrivere. Non ci voleva una capacità di osservazione sopra la norma per rendersene conto, in effetti. Così un giorno mi avevano regalato un quaderno con lucchetto, che nulla poteva diventare se non un diario segreto. Era violetto, con dei fiori gialli sulla copertina e sul retro. Ho subito iniziato con entusiasmo a riempirlo di parole: raccontavo le mie giornate a scuola, le (poche) uscite con i (pochi) amici, le mie prime cotte. Dopo qualche tempo ho perso la chiave per aprire il lucchetto, così mio padre è stato costretto a romperlo. L’ho sostituito per un po’ con un altro lucchetto, finché non ho deciso che, per quanto le cose che scrivevo fossero molto personali, mi sarebbe bastato nascondere il diario in fondo al cassetto della scrivania e nessuno l’avrebbe né trovato né – soprattutto – letto.

Più il tempo passava (più io crescevo), più le parole che riempivano quelle pagine diventavano sempre più profonde e significative. Era come se io e il mio diario (che da “caro diario”, piano piano, con l’aumentare della confidenza, era diventato semplicemente “caro d”) fossimo diventati amici. Amici veri e fidati. Io potevo raccontargli tutto. E lui avrebbe per sempre mantenuto i miei segreti.

Rileggere il preciso momento in cui sono nate le mie prime paure, immedesimarmi di nuovo nei miei primi dubbi, mi ha lasciato una sensazione strana. Mi sono fatta tenerezza, forse. Ero una ragazzina timida e insicura, che scriveva sul suo diario invece che confidarsi con gli amici.

In realtà continuo ad avere un diario. Non lo chiamo più per nome, è vero, ma racconto quello che mi succede, le sensazioni che certi incontri mi fanno provare, i miei più profondi desideri. E mi sento meglio. Quando metto nero su bianco le ansie che mi vengono, i dubbi che mi assalgono, quando do loro un nome, comincio ad avere meno paura. Comincio a prenderne atto e ad affrontarli. Per lo meno, ad affrontarli nella mia testa. Ma da qualche parte si deve pur iniziare.

La mia missione, se dovessi accettarla, è fare pace con chi e cosa sono veramente – Anaïs Nin

AAA Cercasi compagna di inquietudine

Ho sempre pensato che sarebbe bellissimo anche solo prendere un caffè con Chiara Gamberale. Sin dalla prima volta in cui l’ho incrociata.

Feltrinelli Duomo Milano, lei aveva da poco pubblicato “Per dieci minuti”, io avevo deciso con alcuni amici di partecipare all’evento Bookcity. Avevo già letto “Una vita sottile” (e avevo pianto) e “Le luci nelle case degli altri” (e avevo pianto di nuovo). L’ho intravista, ma non ho avuto il coraggio di fare o chiedere nulla. I miei amici, notando la mia preoccupante immobilità, sono giunti in mio soccorso, abbiamo fatto una foto insieme e poi ne abbiamo fatta un’altra perché la prima non mi convinceva. Lei – sorridente – non ha mostrato alcun segno di impazienza.

L’ho incontrata una seconda volta alla presentazione del suo libro “Adesso”, poi a quella di “Qualcosa” e infine, lo scorso weekend, alla presentazione del suo ultimo libro, “L’isola dell’abbandono”. Da che ho imparato a conoscerla (attraverso i suoi libri), lei è sempre stata in grado di parlarmi, di raccontarmi storie in cui trovavo riflessa la mia vita. Aggiungevo domande esistenziali a quelle – già molte – che affollavano la mia testa e – per qualcuna – ottenevo anche risposta. Per il tempo in cui le sue storie mi facevano compagnia la sera prima di andare a dormire, la eleggevo a mio guru e maestra di vita. Percepivo il nostro perfetto allineamento sui dubbi e sulle insicurezze che potevano caratterizzare l’esistenza di anime insofferenti.

Se potessi trascorrere qualche minuto con lei, in un contesto diverso da un firmacopie in cui non riesco mai a pronunciare nulla più del mio nome, sfoggiando sorrisi ebeti e rossori innaturali, sono sicura che scoprirei un’interlocutrice attenta, intelligente e sensibile. Forse riuscirei ad aprirmi, raccontandole di tutte quelle strane paure che, ciclicamente, fanno capolino nella mia testa. Le chiederei se anche lei – a volte – fatica a mangiare, se anche lei – a volte – non riesce a stare in posti troppo stretti e affollati, se anche a lei – a volte – sembra quasi di svenire mentre il cuore comincia a battere forte senza una apparente ragione. Le chiederei se anche lei – a volte – vorrebbe solo chiudersi in casa, al buio, a piangere, se anche lei – a volte – si innamora di persone che sa non la ricambieranno mai. Se anche lei – a volte – beve un bicchiere di vino in più perché le sembra l’unico modo per alleggerire la testa. Se anche a lei – a volte – nemmeno una splendida giornata di sole riesce a strappare un sorriso.

Le chiederei se ha voglia di condividere quei momenti con me, per farmi sentire meno sola. Seduta ad un tavolino di un bar, finalmente in grado di dire qualcosa in più rispetto al mio nome, troverei finalmente il coraggio di farle quella domanda che mi gira nella testa da un po’ e, libera da ogni timidezza, le chiederei: “Ciao Chiara, vuoi diventare la mia compagna di inquietudine?”

Parlarne tra amici

Io e Bobbi abbiamo incontrato Melissa per la prima volta a una serata di poesia in città dove ci esibivamo insieme.

btyNon è semplice parlare di relazioni e sentimenti in modo originale. Non è semplice raccontare in modo diverso una storia in fondo già sentita. Sally Rooney riesce nell’impresa: la scrittura fresca e scorrevole e i dialoghi naturali e ben costruiti ci conducono in modo coinvolgente e intrigante attraverso la vita di Frances, una 21enne molto insicura, e le sue molteplici relazioni. L’ex fidanzata Bobbi, ragazza apparentemente forte e strafottente, di cui Frances in fondo è ancora innamorata. Nick, l’amante attore, molto bello, ma caratterialmente debole e condiscendente. Melissa, la moglie di Nick, in apparenza progressista, invidiata da Frances per il suo rapporto privilegiato con il marito.

E protagonista è anche la scrittura: Frances scrive e sarà proprio uno dei suoi racconti a mettere in parte in discussione il suo rapporto con Bobbi. Frances si esprime meglio con le parole scritte e saranno proprio le mail il mezzo di comunicazione più utilizzato sia con Nick che con sua moglie Melissa. Frances vuole diventare una scrittrice e, una pagina alla volta, la seguiamo avvicinarsi sempre di più al suo sogno.

Un racconto apparentemente leggero, ma ricco di spunti di riflessione seri (dalla malattia al senso di inadeguatezza, dall’amicizia alle prime esperienze in fatto di sesso e amore), incentrato su sensazioni e sentimenti e dallo stile molto piacevole e fresco.

Bobbi non si rapportava con me in modalità “se riesco”. Si rapportava a me come una persona, forse l’unica, consapevole dell’enorme e spaventoso ascendente che aveva su circostanze e individui. Quello che voleva, lei poteva averlo, era un fatto.

Cercasi G. disperatamente 6

researchSono passati quasi 10 anni dal giorno della mia laurea. Nel frattempo ho trovato lavoro, l’ho cambiato, l’ho cambiato ancora, ho comprato casa, ho conosciuto persone nuove, alcune le ho lasciate per strada. Sono cresciuta, diventando a poco più consapevole delle mie capacità. Ho imparato a essere più paziente e meno impulsiva. Ho formato colleghi più giovani – sempre più giovani – immedesimandomi nelle loro insicurezze e anche nelle loro ambizioni. Ho raggiunto una stabilità economica che mi permette di essere libera e indipendente. Cerco di stare al passo col tempo mantenendomi curiosa. Cerco di farmi tante domande e di darmi anche qualche risposta.

Ma – spesso – mi domando come sarebbe stata la mia vita se avessi continuato a lavorare in quell’ufficio. Se, dopo lo stage, avessi avuto un’opportunità, come me la sarei giocata? Sarei stata un’impiegata ligia e con la testa bassa o un’impiegata combattiva e reazionaria? Sarei stata frustrata per un lavoro monotono e ripetitivo o sarei stata appagata dalla mia professione? Come mi sarei comportata con i nuovi e vecchi colleghi? Sicuramente piano piano avrei smesso di essere trattata da ragazzina giovane e inesperta. Sarei riuscita a diventare un punto di riferimento per i nuovi arrivati? Si sarebbero rivolti a me con la speranza – e la certezza – di avere i loro dubbi risolti?

Non so se lei lavori ancora lì. È strano come, in un mondo in cui tutti vogliono avere i loro 15 minuti di celebrità, lei sia introvabile. Non è su nessun social, ludico o professionale, non viene menzionata da nessuna parte. Quando ho smesso di frequentare quell’ufficio lei è semplicemente scomparsa dalla mia vita. A volte mi domando se sia mai esistita davvero. Sono sicura però di volerla rivedere. Vorrei confrontare i ricordi – ormai lontani – con la realtà. E a quei ricordi vorrei aggiungerne di nuovi. Io nel frattempo proseguo, un passo alla volta, nel mio cammino. Sono sicura che, se ci incroceremo di nuovo, avremo entrambe molto da raccontarci.

Il signor Haneda era il capo del signor Omochi, che era il capo del signor Saito, che era il capo della signorina Mori, che era il mio capo. E io non ero il capo di nessuno. Si potrebbe dire diversamente. Io ero agli ordini della signorina Mori, che era agli ordini del signor Saito, e così di seguito, con la precisazione che gli ordini verso il basso potevano saltare i gradini della scala gerarchica.  Per cui, alla Yumimoto, io ero agli ordini di tutti.

Qui la quinta parte

La svastica sul sole

Da una settimana il signor R. Childan teneva d’occhio ansiosamente la posta.

btyE se quella che assodiamo come storia avesse avuto evoluzioni diverse? Se al termine della II Guerra Mondiale la Germania e il Giappone si fossero ritrovati vincitori e si fossero spartiti il controllo sul mondo? E se gli americani si fossero trasformati in vittime del razzismo misurato e mai esplicitamente dichiarato dei giapponesi da una parte e del razzismo esplicito e brutale dei nazisti dall’altra?

Autore di fantascienza visionario, Dick immagina un mondo in cui i ruoli si sono capovolti. E – per renderlo reale e tangibile – ne affida il racconto a tanti (apparentemente insignificanti nel decidere le sorti dell’umanità) personaggi. Il proprietario di un negozio di Manufatti Artistici Americani, di cui i conquistatori giapponesi sono così appassionati. Un ebreo che, licenziato dal suo datore di lavoro, si mette in società con un ex collega per produrre gioielli. Una giovane insegnante di judo alla ricerca di amore e verità. Un delegato giapponese in suolo americano che si appresta ad un importante incontro di affari.

La sovrastruttura storica nel frattempo si evolve sotto gli occhi di questi protagonisti: a farla da padrona, la successione a capo del Reich a seguito della morte di Martin Bormann, con la conseguente lotta intestina nella Germania nazista per arrivare al potere. E, come se non bastasse, una misteriosa operazione segreta vedrebbe la Germania prepararsi ad un attacco nucleare nei confronti dei propri alleati giapponesi. Ultimo, ma non meno importante, un libro eretico e sovversivo racconta di una storia completamente diversa, con Stati Uniti e Inghilterra vincitori della guerra. E i particolari sono talmente precisi da insinuare in chi lo legge il dubbio che quella narrata sia la vera realtà.

Gli spunti, all’interno di questo romanzo, sono tantissimi e attualissimi. Possiamo riflettere su quanto il mondo per come lo conosciamo non sia tanto meglio di come viene dipinto nello scenario peggiore, di come siano le persone apparentemente insignificanti a fare la storia, di come la verità a volte non sia quella davanti ai nostri occhi, ma richieda una capacità di vedere molto più approfondita.

Sebbene scorrevole, non è una lettura facile. Un’angoscia di fondo pervade tutto il libro e non c’è protagonista che, nella ricerca del proprio riscatto, non si trovi costretto a rivedere e scavalcare i confini del bene e del male, del giusto e dello sbagliato. Come nella vita vera.

Sono simile a quest’uomo dal punto di vista razziale?, si domandò Baynes. Simile a tal punto da avere le stesse intenzioni e gli stessi obiettivi? Allora c’è anche in me quella vena psicotica. È un mondo psicotico, quello in cui viviamo. I pazzi sono al potere. Da quanto tempo lo sappiamo? Da quanto tempo affrontiamo questa realtà? E… quanti di noi lo sanno? Non Lotze. Forse se uno sa di essere pazzo, allora non è pazzo. Oppure può dire di essere guarito, finalmente. Si risveglia. Credo che solo poche persone si rendano conto di tutto questo. Persone isolate, qua e là. Ma le masse… che cosa pensano? Tutte le centinaia di migliaia di abitanti di questa città. Sono convinte di vivere in un mondo sano di mente? Oppure intravedono, intuiscono in qualche modo la verità?

Ready Player One

Chiunque abbia la mia età ricorda esattamente dove si trovava e che cosa stava facendo nel preciso istante in cui, per la prima volta, sentì parlare della Caccia.

ReadyPlayerOneMettiamo – per un istante – di avere la possibilità di inventarsi un futuro in cui ambientare una nostra storia: tra qualche decennio nel mondo qualcosa sicuramente sarà andato storto, vivremo in cointainer ammassati l’uno sull’altro, la realtà sarà difficile da vivere, ma per fortuna un genio, James Halliday (appassionato della cultura degli anni ’80 e ’90), avrà inventato un mondo virtuale parallelo, OASIS, in cui l’umanità possa rifugiarsi e trovare speranza.

Mettiamo poi di dover dare un volto e un corpo ad un protagonista: giovane nerd paffutello, Wade Watts, “Parzival” in OASIS, esperto di videogiochi, devoto estimatore di Halliday, al quale riconosce il merito di avergli regalato la possibilità di evadere dalla triste realtà in cui vive, orfano, ospite di una zia dispotica.

Diamogli quindi una missione: poco prima di morire, Halliday lancia una sfida avvincente. Nascoste in OASIS ci sono delle chiavi, che aprono porte, che conducono all’Easter Egg, il cui ritrovamento viene premiato con l’intero patrimonio di Halliday e la gestione di OASIS. Wade, così come altri milioni di giocatori, diventa così un gunter e si mette alla ricerca del preziosissimo egg.

Ovviamente non può mancare l’antagonista: anche una perfida organizzazione, la IOI, votata esclusivamente al profitto, vuole trovare l’egg per prendere il controllo di OASIS.

Et voilà: abbiamo degli ingredienti perfetti per sfornare una storia avvincente.

Ready Player One, come fa intuire anche il titolo, sembra un lungo videogioco, fatto di missioni, livelli, premi, combattimenti. I rimandi alla cultura degli anni ’80 e ’90 sono tantissimi: film, videogames, console sono citati continuamente nella storia.

Sebbene il modo di raccontare sia estremamente semplice, lo spunto di partenza è interessante: qualunque ragazzo alla ricerca della propria rivincita potrà trovare in Wade – Parzival il protagonista perfetto in cui immedesimarsi.

Easter Egg: contenuto, di solito di natura faceta o bizzarra e certamente innocuo, che i progettisti o gli sviluppatori di un prodotto, specialmente software, nascondono nel prodotto stesso.

Ho creato OASIS perché sentivo di non avere un posto, nel mondo reale. Lì, non sapevo come creare un legame con le persone. Ho avuto paura per tutta la mia vita. Fino al momento in cui ho saputo che stava finendo. Solo a quel punto ho compreso che, per quanto terrificante e dolorosa possa essere la realtà, è l’unico posto in cui si può trovare la vera felicità.

La profezia dell’armadillo

davMi sarebbe piaciuto saper disegnare. Quando ero piccola copiavo i personaggi dei manga, senza ricalcare. Devo avere ancora da qualche parte quei miei disegni. Il problema era che, se non avevo un modello da seguire, non riuscivo a riprodurre nulla di neanche lontanamente verosimile. Certo, ci si può allenare. Si possono seguire corsi. E magari in futuro lo farò anche. Per ora mi limito a leggere i fumetti altrui. Alcuni sono davvero meravigliosi.

Ho scoperto Zerocalcare (tardi) per caso, tramite condivisioni social. In particolare, avevo adorato un suo pezzo su I cavalieri dello Zodiaco, uno dei miei anime/manga preferiti. Mi ci ero ritrovata in pieno. Mi aveva quasi commosso.

Comunque. Lui fa disegnetti, raccontando scene di vita quotidiana con grandissima ironia e intelligenza. Nelle sue storie troviamo la città di Roma e in particolare uno dei suoi quartieri – Rebibbia  (d’altronde il modo di parlare di Zerocalcare personaggio non lascia dubbi sulla sua provenienza) -, le difficoltà di una generazione (quella dei Millennials – o forse quella degli Xennials, stando ad alcuni studi recenti) ad affrontare le ansie, le paure, le precarietà lavorative e dei sentimenti. E tu – leggendo – ridi. Sorridi. Rifletti. A volte anche piangi.

La profezia dell’Armadillo è uscito nel 2011 e ne è stata proposta una versione con l’aggiunta di una prefazione nel 2017. E’ la sua prima raccolta. Era doveroso partire da questa. Beh, sarà che io e l’autore abbiamo la stessa età, ma certe cose raccontate le ho sentite proprio mie. Mi sono rivista. Ero io che non riuscivo a mettere ordine nella mia casa e nella mia vita, ero io che, pur vivendo da sola, chiamavo mia madre ad ogni difficoltà, ero io che facevo una spesa sempre uguale. Ero io che ascoltavo i consigli dell’Armadillo, l’amico immaginario, che facilita la comprensione dei miei pensieri ed elucubrazioni. Ero io che imparavo a convivere con l’ansia. Ero io che elaboravo piccoli e grandi dolori. Ero io che, un passo alla volta, costretta dalla vita, diventavo grande.