Nanette

Breve riflessione su uno spettacolo che avevo bisogno di vedere

Hannah Gadsby nasce nel 1978 in Tasmania. Nel 2006 vince un concorso per nuovi comici e da lì comincia la sua carriera. Nel 2017 lancia il suo spettacolo Nanette, registrato da Netflix nel 2018 e messo così a disposizione del grande pubblico. Per fortuna. Sarebbe stato davvero un peccato perdersi una delle testimonianze più forti su temi importanti come la malattia mentale, l’omofobia, il patriarcato e l’emarginazione.

Chiunque si approcci a questo spettacolo, classificato come stand-up comedy, si aspetta di ridere. Abbiamo tutti la consapevolezza che molti comici trattano argomenti seri per dare allo spettatore motivi di riflessione. Ci aspettiamo però che il comico, pur creando tensione inizialmente, sia in grado di traghettarci verso la risata finale, togliendoci dall’imbarazzo e dal disagio che certi temi provocano nelle nostre coscienze.

Questo spettacolo fa ridere. Io ho riso. Ci sono battute brillanti. Ma non è la sua forza. La sua forza è la grande verità alla quale l’autrice ci mette di fronte: una storia deve essere raccontata bene, se si vuole che gli altri imparino da questa storia. Prendendo a riferimento le battaglie silenziose che ha dovuto combattere e i traumi che ha dovuto subire, Hannah Gadsby prova a farci riflettere su quanto la vita possa essere difficile per chi viene considerato diverso. E su quanto certe storie – solo se raccontate bene – possano aiutare a non sentirsi soli.

Dopo una mezz’oretta in cui alle piccole tensioni segue sempre una battuta liberatoria, che il pubblico accoglie con sollievo, ma senza sorpresa, lo spettacolo prende una piega inaspettata. Improvvisamente il discorso si fa serio. E la commozione che si sente nella voce di quella che avrebbe dovuto essere una semplice comica suona vera e reale. La tensione sale e non è una risata questa volta a stemperarla, ma una lacrima.

Questo spettacolo è indirizzato a chiunque: a chi ha avuto la fortuna di nascere uomo bianco etero, a chi lotta contro disturbi e malattie mentali, a chi combatte una solitaria battaglia per il riconoscimento della propria identità perché è il primo a vergognarsene, a chi, pur essendo distante da queste tematiche perché non le vive sulla propria pelle, è comunque disposto ad ascoltare. E c’è qualcosa di più efficace dell’ascolto se finalmente vogliamo che l’atteggiamento di un’umanità che sembra non poter imparare nulla nemmeno dalle difficoltà più grandi cambi?

Come il mare in un bicchiere

[…] non ho mai sopportato che delle persone con un certo tipo di problemi si dica, fuori di testa. Semmai è il contrario. Stare male significa essere prigionieri della propria testa, barricati in un bunker dove forse speravamo di difenderci da una qualche guerra e invece ci ritroviamo nel focolaio più pericoloso di un’altra guerra, senza possibilità di tregua. Persone semmai dentro di testa, quindi, quelle che smarginano.

Chiara Gamberale si conferma, storia dopo storia, la mia scrittrice italiana preferita. Lo è da sempre. Leggere uno dei suoi libri, per me, è come invitarla fuori a bere un caffè, o un aperitivo, e lasciarla raccontare. E mentre lei mi parla, pensare a quanto, sotto tanti aspetti, mi ritrovo nelle sue parole. Pochi giorni fa ha fatto uscire il suo ultimo breve libro, un quaderno, come preferisce definirlo lei, scritto durante la quarantena. Come il mare in un bicchiere.

Quello che è successo a marzo (e sta continuando a succedere anche adesso) ha colpito indiscriminatamente tutti: qualcuno è stato fortunato, qualcuno meno, qualcuno ha imparato qualcosa, qualcuno meno, qualcuno ha riscoperto delle amicizie, qualcuno invece ne ha perse, qualcuno si è ritrovato da solo, per troppo tempo, con se stesso, qualcuno ha dovuto dividere gli spazi 24 ore su 24 con qualcun altro. Tutti, in un modo o nell’altro, abbiamo dovuto reagire a quanto stava accadendo nel mondo. Sia chi è abituato a vivere Là Fuori e chi, invece, del Là Fuori ha sempre avuto paura, rifugiandosi in un Qui Dentro capace di scivolare verso un Dentro di Testa.

Sono una persona Dentro di Testa? Forse lo sono sempre stata. E molto probabilmente lo sarò sempre. Non sono l’unica, lo so. Siamo in tanti. Spesso ci nascondiamo dal Là Fuori perché ne abbiamo paura, ci sentiamo a disagio. Ma, leggendo le parole di questo quaderno, piano piano mi sono resa conto che non c’è nulla di cui vergognarsi. Convivo con ansia, sbalzi d’umore improvvisi, paura che gli amici mi abbandonino se non ricordo costantemente loro che esisto, timore di dire la verità su quello che sono per paura di essere rifiutata. Ho bisogno di piacere prima agli altri che a me stessa. Eppure, nel momento del bisogno, da sola in una piccola casa a Milano, impossibilitata a raggiungere la mia famiglia e i miei amici, ce l’ho fatta. L’ansia mi sedeva accanto, unica coinquilina della mia quarantena, ma non mi ha boicottato, come fa spesso. Ce l’ho fatta. Ho imparato anche qualcosa? Chissà. Mi piace pensare che certe mie vecchie abitudini non torneranno e che sarò una persona migliore. Una persona migliore ai miei occhi. Non solo a quelli degli altri.

Perché forse l’umanità si divide in queste due grandi categorie. C’è chi le domande riesce a non farsele, o almeno a contenerle, e si gode le cose finché vanno bene. E c’è chi, come noi, di domande se ne fa sempre troppe, non può godere fino in fondo di niente, e però, quando le cose si inguaiano, è già pronto.

Ogni cosa è illuminata

Questa storia comincia il 18 marzo 1791 allorché Trachim B fu bloccato, o non lo fu, dal suo carro contro il letto del fiume Brod. Ai giorni nostri, Jonathan Safran Foer, studente americano ebreo, decide, con una vecchia fotografia in mano, di fare un lungo viaggio in Ucraina alla ricerca delle sue origini e della donna che potrebbe avere salvato suo nonno dai nazisti. Ad accompagnarlo e fargli da guida, i titolari dell’agenzia Viaggi Tradizione, Alex e suo nonno. Comincia così una strana avventura, raccontata in italiano non perfetto dal giovane Alex e inframmezzata dal racconto della saga famigliare da parte del protagonista. Nasce anche una collaborazione letteraria tra i due ragazzi e pagina dopo pagina vediamo incastrarsi il piano del passato (grazie al racconto dell’autore) e il presente (grazie al racconto che Alex spedisce a Jonathan).

Il tono ironico con cui inizia il romanzo ci getta subito in un’atmosfera divertente: il nonno convinto di essere cieco, ma senza alcun problema nel guidare la macchina, il problematico rapporto tra il cane Sammy Davis Junior Junior (chiamato così in onore del cantante Sammy Davis Junior) e il protagonista e la mancata proprietà di linguaggio del narratore principale, che definisce lo studente americano come l’eroe, ci fanno sorridere.

In realtà il tema trattato è reale, triste, profondo: la saga infatti si conclude il 18 marzo 1942, quando il villaggio del nonno del protagonista viene attaccato dai nazisti. E, durante il romanzo, non ci vengono risparmiati dettagli di come quella parentesi infelice della storia mondiale abbia impattato drasticamente sulla vita (e sulla morte) di tante persone innocenti. La paura di morire può diventare motore di azioni delle quali non andare fieri, il cui ricordo ci accompagnerà per il resto della nostra esistenza.

E un libro che riporta alla luce un tempo passato così nero per l’umanità, non può non affrontare anche il tema dell’importanza del ricordo e della memoria.

È della massima importanza che noi ricordiamo. […] Memoria. Memoria e riproduzione. E naturalmente, sogni. Che cos’è essere svegli se non interpretare i nostri sogni, e che cos’è sognare se non interpretare la nostra veglia?

La forza di Jonathan Safran Foer è quella di riuscire a dare voci specifiche, realistiche e mai scontate a tutti i personaggi delle sue storie. Pagina dopo pagina il racconto si fa più chiaro, si definisce e completa: come direbbe Alex, sarai contento di sapere che ho continuato […] e ogni cosa è stata illuminata.

Ci racconta una storia triste con un tono leggero, perché il buffo è l’unico modo veritiero di raccontare una storia triste. Il problema delle storie tristi basate sulla realtà però è che, quando piangi, ti innervosisci e ti arrabbi non puoi semplicemente dare la colpa alla fantasia dell’autore. Te la devi prendere col passato e con la crudeltà e la cattiveria che, purtroppo, hanno da sempre caratterizzato l’umanità.

Non sono triste. Non sono triste. Perché la sua vita serbava un potenziale illimitato di felicità, in quanto era una stanza bianca e vuota. Si addormentava con il cuore ai piedi del letto, come un animale domestico che non faceva parte di lui. E ogni mattina si svegliava di nuovo con il cuore nel forziere della sua gabbia toracica, divenuto un po’ più greve, un po’ più debole, ma ancora in grado di pompare sangue. E a metà pomeriggio era di nuovo sopraffatto dal desiderio di essere altrove, di essere un altro, di essere un altro altrove. Non sono triste, io.

Cecità

Il disco giallo si illuminò. Due delle automobili in testa accelerarono prima che apparisse il rosso.

In un presente indefinito, in un luogo indefinito, un’improvvisa epidemia di cecità costringe l’umanità a fare i conti con i propri più biechi istinti di sopravvivenza. Condannata prima ad una quarantena forzata decisa dal Governo e poi a una libertà che però tale non può essere definita, la popolazione ruba, si ammazza per il cibo, per le donne, per un potere che – a quelle condizioni – è solo fittizio.

L’uomo è tendenzialmente un animale cattivo e la necessità non fa che esasperare questa sua natura. Protagonisti, uomini e donne senza nome proprio, identificati e riconosciuti attraverso specifiche caratteristiche fisiche e caratteriali. L’unica donna scampata misteriosamente all’epidemia guida un gruppo ristretto di ciechi meritevoli di essere salvati perché rimasti umani.

È il primo libro che leggo di Saramago e ho sicuramente scelto il momento giusto per riflettere su un tema così attuale. L’autore sembra essere estremamente pessimista sulla natura umana, anche se – a sprazzi – concede a certi personaggi tratti di commovente umanità. Lo stile poi è molto particolare, con discorsi diretti svincolati dalla punteggiatura canonica e lunghi periodi che racchiudono botte e risposte tra i protagonisti.

Consigliato. Non so se adesso o in un momento meno carico psicologicamente. Ma da leggere, anche solo per riflettere sulle conseguenze a cui la rottura improvvisa della normalità può portare. L’uomo è per natura buono o cattivo? Empatico o egoista?

[…] Siamo regrediti all’orda primitiva, disse il vecchio dalla benda nera, con la differenza che non siamo più qualche migliaio di uomini e donne in una natura immensa e intatta, ma migliaia di milioni in un mondo spolpato ed esaurito, E cieco […]

Diario di una reclusa #3

Oggi è il 3 aprile. QUEL 3 aprile. Il giorno che, nella mia testa, rappresenta il primo traguardo.

La terza settimana di reclusione è stata all’insegna delle videochiamate. Pranzo e cena con mia cugina. O con delle mie colleghe. Abbiamo anche festeggiato un compleanno. Io sono riuscita a ubriacarmi su HouseParty. Però non mi sono sentita sola. E in fondo era quello l’obiettivo. Questa quarta settimana è stata strana: se da una parte comincio ad abituarmi, ho bisogno di fare piani per il futuro. Sto riempiendo le wishlist dei miei siti preferiti, solo per immaginarmi i momenti in cui vorrò indossare nuovi vestiti (e non solo tute e maglioni) o potrò tornare ad allenarmi al di fuori delle quattro (strette) mura di casa.

La cosa incredibile è che mi sto accorgendo di particolari su cui non avevo mai soffermato l’attenzione. Se mi avessero chiesto di che colore fosse il mio palazzo, forse avrei risposto giallo. Ma è verde. Affacciandomi spesso dal balcone e trovandomi di fronte sempre lo stesso panorama, non può più sfuggirmi questa caratteristica. E sapevate che le piastrelle del mio cucinino sono esattamente le stesse del bagno? A furia di vivere questa casa (che non ero abituata a frequentare così spesso), credo di poterla descrivere con esattezza anche ad occhi chiusi.

Sto imparando a vedere il positivo di questa situazione: ho scoperto produttori locali da cui acquistare prodotti molto più buoni di quelli che si trovano al supermercato, ho creato la mia routine di allenamento quotidiana per mantenermi in forma, sto imparando ad apprezzare anche il disordine dei miei capelli (e chissà, forse mi abituerò anche alla ricrescita), sto cucinando (anche se rimango molto basica nella scelta delle ricette), sto leggendo e scrivendo con più costanza. Ho scoperto quanto possono essere interessenti alcuni podcast. E ho smesso di seguire in modo ossessivo le notizie. Tanto non posso controllare nulla.

Un giorno alla volta. Senza guardare troppo in là. Un giorno alla volta.

Se c’è una soluzione perché ti preoccupi? Se non c’è una soluzione perché ti preoccupi?

Diario di una reclusa #2

Disney

Sto imparando cose importanti: stare a casa da soli è brutto. Non avere qualcuno con cui condividere fisicamente questa situazione ne amplifica la pesantezza. Avere una casa piccola è brutto (a parte quando la si deve pulire. In quel caso ha sicuramente dei lati positivi). Andare dalla sala alla camera, passando ogni tanto dal bagno, ti fa sentire più in gabbia di quanto ti sentiresti in una casa con tante stanze e tanti angoli da esplorare ogni giorno. Focalizzarsi solo sugli aspetti negativi della situazione è brutto. Eppure io tendo a farlo in continuazione: anziché pensare a quanto già è passato, penso a quanto ancora mi manca. E questo pensiero per certi versi mi blocca. Mi si stampa nella testa e non vuole andarsene. Non andare al lavoro è brutto (e non avrei mai pensato di poterlo dire). Non poter vedere i miei colleghi – tutti, dai miei preferiti a quelli che sopporto a fatica – mi dispiace. Mi manca il caos dell’open space. Mi mancano i pranzi alla scrivania. Mi mancano le riunioni inutili.

Dovrei ringraziare Netflix. Quando la testa vola verso pensieri negativi mi aiuta a distrarmi. Ho cominciato Trinkets (consigliato), sto portando avanti Vis a vis (consigliato) e nei momenti di sconforto riprendo i Griffin. E poi ci sono i film: ora è possibile vedere Ragione e Sentimento. Se non l’avete ancora visto, fatelo. È tratto da un libro di Jane Austen ed è recitato splendidamente.

Ringrazio anche il Kindle. Posso avere tutti i libri che voglio quando li voglio. Adesso sto leggendo La ragazza con la Leica. Poi chissà. Si accettano consigli.

La parte del giorno che odio di più è la notte. Non sempre ho sonno. Voglio dire, faccio qualche esercizio, ma non arrivo a sera particolarmente stanca. E quel momento della giornata a volte sembra non passare. Dovrei trovare un altro hobby.

Ho fatto l’abbonamento alla Disney. Ne ho bisogno per passare il tempo. Immagino che rivedere i classici – quei film che mi facevano stare così bene da bambina – mi aiuterà a sentirmi più tranquilla.

Un giorno alla volta. Senza guardare troppo in là. Un giorno alla volta.

“Vedi, Allegra” mi ha detto, “quand’ero piccolo, al circo, spiavo accucciato dietro al tendone mia mamma che volteggiava in aria ed era un vero inferno, perché ogni istante ero certo si spappolasse per terra e mi mangiavo le unghie fino a farmi sanguinare le dita, giuro, finché esplodevano gli applausi e arrivava il turno dei pagliacci, che seguivano sempre il numero dei trapezi. Insomma, ci ho messo del tempo, ma poi l’ho imparato. Capito?” No, non capivo mica. E allora lui mi ha spiegato quello che avrei imparato da lì a sempre. “Arrivano i pagliacci, presi a ripetermi invece di divorarmi le mani. Tanto, prima o poi, arrivano i pagliacci. Anche se mamma si sfracella al suolo, comunque dopo è il loro turno. Arrivano i pagliacci.”

Chiamami col tuo nome

Chiamami col tuo nome e io ti chiamerò col mio.

Mi ha sempre incuriosito l’esatto punto – in un romanzo – in cui viene finalmente svelato il significato del titolo. Ci hanno insegnato, fin dai tempi della scuola, che scegliere un titolo accattivante aiuta a intrigare a attirare il lettore.

Chiamami col tuo nome non è solo una storia d’amore: è – soprattutto – la storia di un desiderio. Elio, il diciassettenne protagonista, desidera Oliver, uno studente americano ospite per un’estate a casa sua mentre lavora alla tesi post dottorato. Ogni pagina del libro è una lunga e profonda dichiarazione di desiderio da parte di Elio nei confronti di Oliver. Nelle descrizioni, nelle parole non dette, nei dialoghi, nelle azioni compiute si legge l’amore, si legge la voglia di possedere qualcuno, sentimentalmente e fisicamente. A tutti è capitato: è capitato di avere 17 anni e di innamorarsi. È capitato a 17 anni ed è capitato una volta cresciuti. Capita ancora, magari capita adesso. Desideriamo qualcuno. Che possiamo o non possiamo avere.

Elio è fortunato perché Oliver lo ricambia. Ed è fortunato perché appartiene a una famiglia colta e progressista: il dialogo con il padre, con parole dette a metà, ma significati non fraintendibili, è una parte molto bella. Elio viene accettato, qualunque siano le esperienze che si sentirà di fare.

Il romanzo sarebbe dovuto finire con il saluto di un Elio diciassettenne ad un Oliver che torna negli Stati Uniti: regalare al lettore l’ultima notte insieme e poi lasciargli immaginare il seguito. Mi è sembrato inutile volare così avanti negli anni. Costruito come una sorta di diario, il romanzo sarebbe stato il racconto di una bella e intensa estate. Crescere – a volte – finisce per rovinare tutto.

Da qualche parte esiste una legge secondo cui se una persona si innamora di un’altra, questa deve ricambiare per forza. Amor, ch’a nulla amato amar perdona, le parole di Francesca nell’Inferno. Aspetta e sii fiducioso. Io ero fiducioso, anche se forse era questo ciò che avevo sempre voluto: aspettare in eterno.

Diario di una reclusa #1

Non mi sono mai piaciuti i luoghi affollati. Non mi piacciono le discoteche (non so ballare e non mi presento mai in modo adeguato). Non mi piace uscire tutte le sere, perché mi sembra di non ritagliarmi il giusto spazio per me stessa. Non mi piace andare a fare la spesa nelle ore di punta perché le code sono lunghe e alla cassa mi sembra sempre che mi si voglia mettere troppa fretta.

Dovrei sentirmi a mio agio in questa situazione di emergenza: sto a casa, ho tempo per me stessa, ho già fatto scorta di viveri almeno per altre due settimane. Eppure. Eppure, quando la reclusione non è una tua libera scelta, ma un’imposizione, improvvisamente sembra meno appetibile. Daresti qualunque cosa per poter liberamente uscire a cena con gli amici, andare al cinema, andare persino a ballare.

Non è tanto il singolo giorno. Quello passa. Ho la fortuna di poter lavorare da casa. È la somma di tutti i giorni. È il pensiero di non sapere quanti ancora ne dovrai affrontare. È non riuscire a immaginare la fine. Il secondo giorno mi è venuto mal di testa. Il terzo giorno avevo ancora mal di testa. Mi è passato il quarto. La sera ho fatto un aperitivo su Skype con un’amica.

Sto mangiando sano. Verdura. Non mi piace cucinare e non credo che questa situazione mi farà cambiare idea. Sto cercando di non trovare conforto nel vino. Non è tanto il bicchiere in sè. È la somma di tutti i bicchieri che dovrei bere per far dimenticare alla mia testa il pensiero di tutti i giorni che dovrò affrontare.

Vivo da sola. La casa ovviamente non è grande. Sono in affitto e non navigo nell’oro. Ogni tanto mi affaccio sul balcone e osservo il cortiletto del palazzo. Alcune famiglie portano i bambini a giocare poco prima di cena. Io scendo per buttare la spazzatura. Se incrocio qualcuno saluto, ma a distanza, senza convinzione. Non ho mai passato così tanto tempo in questo condominio: non conosco ancora praticamente nessuno.

Alle 13 guardo La Signora in Giallo. So tutte le puntate a memoria. Ma non mi annoiano. Riguardare le cose mi piace. Mi dà una sensazione di sicurezza. E ogni volta comunque si notano particolari nuovi. Un dialogo. Dei gesti. La musica di sottofondo. Le espressioni degli attori.

Dovrei andare dalla parrucchiera. Per coprire la ricrescita. Vorrei andare a trovare i miei genitori, che vivono in un’altra città. Ho insegnato a mia madre a fare le chiamate WhatsApp. Almeno ci possiamo vedere. Dovrei scrivere. Mi ero ripromessa che quest’anno non avrei perso tempo e l’avrei fatto. Tutti i giorni. Ho anche tanti libri da leggere. E ci sono tanti film che vorrei vedere.

Un giorno alla volta. Senza guardare troppo in là. Un giorno alla volta.

Nessun singolo istante di quel dolore era insopportabile. Eccolo qua un secondo: lo aveva sopportato. Insopportabile era il pensiero di tutti gli istanti in fila, uno dietro l’altro, splendenti.

Regole e recensioni

Amo le regole. Ti tolgono dall’imbarazzo della scelta, ti indicano cosa devi fare, quello che è giusto e quello che è sbagliato. E per me, che, per quanto mi sforzi di riconoscere le 50 e più sfumature di grigio, tendo a vedere solo bianco e nero, sono una fonte di tranquillità. Perché il mio problema attualmente è proprio questo: non mi piace scegliere. Ogni scelta ne esclude un’altra: come faccio a capire se quello che sto facendo è giusto o sbagliato?

Ultimamente volevo comprare una bilancia. Una bilancia per pesarmi. Sono magra – molto magra – e vorrei prendere dei chili. Vado in palestra cercando di mangiare di più, ma non riesco a vedere dei risultati. Ho bisogno di numeri. Numeri che mi indichino in maniera inequivocabile se sto raggiungendo l’obiettivo o meno. Semplice no? Voglio dire, comprare una bilancia non richiede grandi scelte. Ma io sono riuscita a entrare nel loop delle recensioni di Amazon: leggo solo quelle negative e cerco di capire cosa non possa funzionare in un prodotto. E così anche comprare una bilancia è una scelta difficile: come può una bilancia ricevere recensioni negative? Non pesa? Restituisce numeri a caso? Come è possibile che qualcuno dica che non funziona, che dà risultati sballati, che restituisce valori diversi ad ogni pesata? Così continuo a cercare, nell’attesa (impossibile) di trovare la bilancia perfetta: quella senza recensioni negative su Amazon.

In tutti gli ambiti della vita sono così: come posso essere sicura che una scelta che faccio sia la scelta giusta? E se poi non fosse così? Se mi pentissi? Se non fossi felice? Se non rendessi felice gli altri? Se ricevessi solo “recensioni negative”? Ogni scelta prevede una rinuncia. Ma ogni scelta prevede anche la possibilità di vivere qualcosa. Qualcosa di bello. Qualcosa di vero. Finché non mi convincerò di questo, rimarrò ancorata alle mie incertezze. Mi precluderò qualcosa di bello.

E – soprattutto – non comprerò mai una bilancia.

Tutte vogliono essere Jo

jo piccole donneHo letto Piccole Donne molto tempo fa. Ero alle elementari. Mentirei se dicessi che riuscirei a ricostruire la storia nei suoi particolari. Ricordo però bene come io e una mia amica volessimo riscriverne il finale, per poter dare a Jo il marito che si meritava: Laurie. Seguivo anche il cartone animato tratto dal libro, Una per tutte, tutte per una (qualcuno se lo ricorda?). Ovviamente ho visto il film del 1994, quello in cui, a fare la parte di Jo, c’era una giovane (e bella) Winona Ryder. Non potevo quindi perdermi quest’ultima uscita.

Avevo una mia teoria sulla trasposizione cinematografica di questo romanzo: finché il personaggio di Jo è ben riuscito e ben caratterizzato, anche il film risulterà piacevole e interessante. Mi sono in parte però dovuta ricredere. Se è vero che la maggior parte di noi (piccole) donne vuole essere Jo, con la sua fierezza, il suo desiderio (legittimo) di indipendenza, la sua forza d’animo, il suo coraggio, non tutte lo siamo davvero. Chissà quante Meg, Beth e Amy ci sono nel mondo! Chissà quante donne hanno il desiderio di mettere su famiglia anche se questo comporta sacrifici, chissà quante donne fanno emergere il loro lato generoso e altruista a discapito del proprio benessere, chissà quante donne hanno bisogno di tempo per smussare un carattere troppo superficiale e imparare a diventare grandi. Ogni personaggio deve quindi essere ben ritratto, così che tutte possano ritrovarsi sullo schermo. E – piccola, personalissima, nota – se Jo e Amy in questa versione sono dipinte con colori forti e accesi, ho avuto l’impressione che Meg e Beth fossero rimaste nella versione bozza.

Io – comunque – mi sono sempre immedesimata in Jo: fiera della mia indipendenza da qualunque tipo di rapporto, inseguo il sogno di potermi mantenere scrivendo. Anche se… c’è sempre un ma, in fondo. Troppo pigra per focalizzarmi su un obiettivo che richiede coraggio e sacrifici, uso il lavoro come scusa per non impegnarmi come dovrei. Troppo insicura per dichiarare quello che provo, mi mostro fiera di un’indipendenza che però troppo spesso assume solo i contorni della solitudine. È così facile voler essere Jo. Ed è così difficile esserlo davvero. Ma non c’è più motivo di perdere tempo. Ne ho già perso fin troppo. Perché l’alternativa sarà, rivedendo il film tra qualche anno, riconoscermi nell’unico personaggio che si cita poco, ma rappresenta tante (piccole, ma ormai grandi) donne: zia March.

I’m so sick of people saying love is all a woman is fit for. I’m so sick of it. Bu I’m so lonely.